mercoledì 7 luglio 2010

LA SAGGEZZA DELL'ANTICA CINA

Nell’antica Cina ogni villaggio aveva un medico che si occupava dei problemi di salute dei suoi abitanti. Il servizio era organizzato in modo che ogni nucleo familiare in buona salute pagasse una retta fissa al guaritore; Essa però veniva immediatamente interrotta se uno dei componenti la famiglia si ammalava. Perciò quante più famiglie cadevano in malattia tanto più basso risultava il reddito del medico. Era così suo interesse primario ripristinare quanto prima il buono stato di salute dei concittadini in modo da poter tornare a percepire il compenso interrotto.

Questo esempio ci fa comprendere quanto fosse illuminata l’antica società cinese e quanto invece risulta stupida la nostra odierna dove, indifferente all’agire e soprattutto ai risultati dei nostri politici, il popolo continua, senza mai lamentarsi, a pagar loro una cospicua retta mensile.

Se infatti vagliamo i provvedimenti attuati per ripianare i conti nazionali, come voluto dall’UE per scongiurare l’instabilità dell’euro, comprendiamo come essi abbiano interessato tutta una serie di comparti. Si va dalla scuola, dove da settembre fino ai prossimi 4 anni verranno tagliati oltre 50.000 docenti precari; ai tagli alle forze dell’ordine, che spesso si lamentano di non avere nemmeno la benzina per fare andare le auto di pattuglia; ai tagli alla sanità come la chiusura degli ospedali nei centri più piccoli e l’accorpamento dei servizi sanitari in grandi strutture; ci sono i contestatissimi tagli alla spesa delle regioni che interessano svariati settori che vanno dal trasporto locale alle agevolazioni per le rette degli asilo nido; si è inoltre in procinto di innalzare l’età pensionabile per le donne con un lavoro statale, ecc. ecc

Insomma la crisi c’è e si fa sentire e lo Stato è costretto a stringere la cinghia e quando accade tutti i cittadini, soprattutto quelli appartenenti alle fasce reddituali più basse, ne soffrono dato che le spese più facili da comprimere (perché interessano una quantità maggiore di persone) sono quelle relative al welfare, cioè allo stato sociale.

Se però ci fate caso, nonostante molte spese sociali siano state tagliate e di molte altre se n’ è parlato, esiste ancora in Italia una classe di persone che non hanno assolutamente subito tagli o riduzioni alcune nei loro cospicui redditi. Avete indovinato sono proprio i nostri “amati” politici.

Lungi dall’emulare l’esempio del medico dell’antica Cina, questi parassiti (come altro chiamarli?) nonostante il Paese si trovi a soffrire una delle più gravi crisi dal dopoguerra, continuano indisturbati a percepire compensi faraonici e a godere di tutta una serie di assurdi benefici (post:UN PROGRAMMA PER CREDERCI) a spese dei contribuenti.

Noi, lo sapete, abbiamo come punto fondamentale e imprescindibile del nostro programma l’eliminazione del lavoro precario (che ridarebbe speranza e dignità sociale a milioni di lavoratori), ma un altro importantissimo punto del nostro programma è l’abolizione di tutti i benefici della casta e la drastica riduzione dei loro stipendi (post: TOGLIERE ALLA CASTA).

Non è populismo; non è demagogia. E’ semplicemente equità sociale. In una democrazia normale la classe politica non può e non deve permettersi di ergersi a sovrano, strapagato e viziato da un’infinità di anacronistici benefici; deve piuttosto, dove possibile, condividere i problemi del popolo perché solo chi è consapevole di un malessere, solo chi lo vive in prima persona, può contribuire a trovarne la soluzione.

Ma loro, la casta, rimangono insensibili ai problemi del popolo e questo, in verità, rimane indifferente alla vergognosa ingordigia di questi uomini, non sapendo che proprio l’attuale spesa per il mantenimento dei politici contribuisce in modo rilevante ad incrementare il deficit nazionale e di conseguenza rappresenta una delle voci primarie responsabili dei tagli allo stato sociale di cui sopra.

Addirittura moltissime persone continuano a parteggiare, sostenere o votare tali partiti, nessuno dei quali (e ribadiamo nessuno) ha mai pensato a ridursi in modo rilevante i compensi percepiti o a modificare leggi e leggine che gli permettono di godere di contributi statali di centinaia di milioni di euro all’anno (come continuano a sostenerli nonostante tutti questi partiti, e ribadiamo tutti, abbiano schiavizzato, un’intera generazione con l’invenzione del precariato). Di chi è allora la colpa? Ritornando all’esempio cinese del medico che chiede di essere pagato o del cittadino che nonostante versi in gravi condizioni di salute continua a pagarlo?

Per questo diciamo a tutti gli italiani e soprattutto a tutti i lavoratori precari:

aiutateci a fare crescere il nostro movimento. Diventate attivisti del nostro movimento nelle vostre zone di residenza. Aiutateci a diventare partito in modo che si possa mandare a calci nel culo fuori dal Parlamento l’attuale vergognosa casta politichese e si possa sostituirla con persone più degne, più oneste, più trasparenti e soprattutto più vicino al popolo anche e soprattutto economicamente.

Per unirti a noi clicca qui, e una volta dentro ACCEDI NELL'AREA PUBBLICA e AGGIUNGI i tuoi dati al nostro database. Ti aggiorneremo così sulle nostre iniziative e sul percorso che ci porterà a diventare un vero e proprio partito.

Grazie per l’attenzione
Lo staff di
Aboliamo il Lavoro Precario

venerdì 18 giugno 2010

POMIGLIANO? LOTTA DI CLASSE!

L'abbiamo espresso diverse volte sia in questo blog che attraverso il gruppo Facebook: non siamo comunisti, nel senso che pur considerando valide e quanto più attuali le tesi di Marx, non consideriamo corrette, visti anche i risultati storici, le soluzioni.

Ma come NON si può oggi, di fronte ad una classe imprenditoriale che pensa solo ed unicamente al profitto a tutti i costi e sopra ogni cosa e considera il lavoro come qualsiasi altro tipo di merce, ricominciare a parlare di lotta di classe?

Per questo proponiamo per intero l'editoriale, con cui non possiamo che ritenerci d'accordo, pubblicato sull'ultimo numero di Nuovasocietà scritto dal direttore della testata Diego Novelli:

Da: http://www.nuovasocieta.it/editoriali/6308-severamente-vietato-parlare-di-classi-.html

Non stiamo a menarcela tanto per il sottile: l'operazione Pomigliano, sin dall'inizio, aveva due obiettivi ben precisi. Mettere il grimaldello nella fessura dello stabilimento per scardinare tutta la normativa in vigore nel gruppo Fiat.

Il disegno, del signore che non usa la giacca, non è più un mistero. E non si tratta di una illazione. Il riscontro viene direttamente dalla cronaca sindacale de "La Stampa", la quale ha riferito di un'accesa assemblea svoltasi a Mirafiori "al Montaggio e alle Lastroferrature".
Gli operai hanno fiutato l'aria che tira e hanno affollato i due appuntamenti «in modo così numerosi come non si vedeva da tempo», scrive la cronista.

Il ricatto (o mangi questa minestra o salti dalla finestra) dell'omino in maglioncino scuro, messo in atto a Pomigliano era più che evidente. È la prima mossa di un progetto. Lo ha detto il giornale del padrone (si può ancora usare questa parola?): «Mentre i sindacati sono divisi incombe il rischio dei 18 turni, anche a Mirafiori». Vale a dire lavorare su tre turni di otto ore per sei giorni alla settimana, ritornando indietro nel tempo con il lavoro notturno, rinunciare alla mezza giornata di riposo al sabato, ridurre il tempo per la pausa pranzo, aumentare la velocità durante la produzione per meglio sfruttare gli impianti.

La chiamano flessibilità: sarebbe più onesto – come è stato detto in un'assemblea – definirla fessibilità per i lavoratori.

Ma tutto quanto detto dalla controparte è una conseguenza della globalizzazione, della mondializzazione, della concorrenza, della necessità di stare sul mercato.

L'uomo che dovrebbe essere posto al centro della ragion d'essere, cioè essere considerato dai signori della fabbrica il punto da cui partire per organizzare il lavoro e la produzione, diventa invece una piccola rotellina dell'ingranaggio che stritola tutti, che non conosce ragioni, poiché deve rispondere ai veri problemi: i bollettini della Borsa, della finanza, che ci ha trascinati nella «ristretta oligarchia finanziaria che impone – ha scritto Alfredo Reichlin su Il Fatto Quotidiano – la dittatura della spietatezza».

Un tempo che fu però il dirigenti del Pci (come lo è stato Reichlin) d'intesa con i sindacati non si limitavano a formulare suggestive analisi, ma sapevano indicare risposte, mobilitando non solo i diretti interessati che vivono ore di terrore difronte al diktat lanciato dal massimo dirigente Fiat, nei confronti del quale ancora poche settimane fa si genuflettevano sindacalisti, uomini politici e rappresentanti delle istituzioni.

Mi domando perché difronte ad una minaccia ricattatoria come quella di Pomigliano non è stato investito nel modo più forte il Parlamento, accontentandosi invece con la solita interrogazione "salva anima" del bravo Bocuzzi.

Perché difronte ai provvedimenti, che non riguardano solo i turni di lavoro, ma intaccano conquiste strappate dopo anni di lotte e di sacrifici, non si mobilita tutto il mondo del lavoro, tutte le altre categorie, poiché l'offensiva sferrata da Marchionne è destinata ad allargarsi con l'ausilio dei vari Brunetta e Sacconi.

Mettere in discussione i contratti nazionali significa avere mano libera in migliaia di piccole e medie fabbriche, abbandonando a se stessi quei lavoratori.

Solo un vecchio apostata come Bonanni, ora segretario generale della Csil, può sfrontatamente e con arroganza lanciarsi in una dura polemica con la Fiom che cerca con difficoltà di parlare alle coscienze e alle menti dei lavoratori consapevole però che esiste anche una pancia da riempire.
L'ex comunista Bonanni come tutti gli spretati ha sempre una parola di troppo, e troppo spesso ne dimentica qualcuna: lotta di classe.

Sì, signori miei, Pomigliano di tutte le implicazioni che comporta e che vanno ben aldilà del gruppo Fiat rappresenta il tipico scontro tra due classi: quella dei padroni e quella dei lavoratori.
Se nel finire dell'Ottocento, quando mia nonna a nove anni andava alla "filanda" per lavorare nove ore al giorno, fossero prevalsi i Bonanni dell'epoca saremmo ancora in quelle condizioni.
La gradualità, la mediazione, la moderazione sono strumenti utili, necessari: soltanto degli sprovveduti nel 1980, dopo i 35 giorni di sciopero e la marcia dei quaranta mila, gridavano "La lotta è dura e non ci fa paura".

Ed infine vogliamo ricordare che ci troviamo difronte ad una crisi mondiale che vede i padroni organizzarsi, traslocando le loro fabbriche dove il costo del lavoro è minore, le misure di sicurezza sono carenti, gli operai sono più deboli. Mi domando le ragioni della pressoché totale mancanza di iniziative sindacali a livello internazionale. Esistono ancora queste sezioni di lavoro nei sindacati?
A memoria incontri, manifestazioni di questa natura ne ricordo pochine, tanto che si possono contare sulle dita di una mano di un mutilato.

Il tutto accade mentre uno dopo l'altro i Paesi europei Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Ungheria, vedono crescere la forza dei partiti di destra, reazionari, xenofobi, razzisti, che indicano quale male da combattere i lavoratori stranieri.

Perché la classe degli sfruttati non si fa sentire?
Perché il sindacato non promuove una grande manifestazione internazionale contro quello che oggi sta succedendo?

Sveglia compagni: l'idea di un mondo migliore, se Dio vuole, non è caduta con il muro di Berlino, tanto meno sono scomparse le classi con gli sfruttati e gli sfruttatori.

Cosa può fare un lavoratore precario?